• DOSSIER •
Come
gli Agnelli si sono impadroniti della FIAT, ovvero: una truffa da manuale.
La
FIAT viene
identificata da tutti con la famiglia Agnelli. Ma non è nata per loro
iniziativa, e il modo con cui se ne sono impossessati fornisce un esempio
classico del funzionamento del capitalismo. La FIAT era nata l’11 luglio
1899 per iniziativa di un gruppo di imprenditori affascinati dalle
prospettive dell’automobile: il conte Roberto Biscaretti di Ruffia, che
già importava automobili da corsa dalla Germania, il conte Emanuele
Cacherano di Bricherasio, l’avvocato Carlo Racca, Michele Lanza, un modesto
produttore di cande (non per automobili, ma di cera), e l’avvocato Cesare
Goria-Gatti, il redditiere Lodovico Scarfiotti, il banchiere e setaiolo Michele
Ceriana-Mayneri, un agente di cambio, Luigi Damevino, e un terzo nobile, il
marchese Alfonso Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia. Giovanni Agnelli
entra successivamente come piccolo azionista. Nell’assemblea dei soci, il
consiglio di amministrazione era stato formato solo dai “padri fondatori” che
abbiamo ricordato.
Presidente
era stato eletto lo Scarfiotti, vicepresidente il Bricherasio, che tuttavia era
irritato perché avrebbe desiderato essere lui il presidente. Elette le cariche
minori, il conte Biscaretti si accorse che mancava un segretario, un
incarico puramente formale che per consuetudine si assegnava al più
giovane dei presenti o a un semplice impiegato. In fretta e furia venne votato
il nome di Giovanni Agnelli, a cui nessuno dava la minima importanza,
soprattutto perché non era né nobile, né appartenente alle
grandi famiglie borghesi come tutti gli altri.
Nelle
prime riunioni del Consiglio di amministrazione Giovanni Agnelli tace; ma poi
comincia ad allargare la propria influenza, attaccando il direttore tecnico,
Aristide Faccioli, un progettatore fin troppo geniale, che finirà per
doversi dimettere per le continue ingerenze che limitano la sua autonomia.
Giocando in seguito sulle gelosie e rivalità tra i soci fondatori, egli
si fa proporre come “membro delegato del consiglio” e poi amministratore
delegato, con ampi poteri. Ma ancora senza un pacchetto azionario consistente.
Solo
nel 1906 riesce a fare il gran colpo. La FIAT ha ormai 1.500 operai, produce nove modelli
diversi. Per raggiungere le 600 vetture annue, si comincia a lavorare anche di
notte. Gli utili, dopo i primi due anni (che risultavano in perdita), passano
da 152.000 lire del 1902 a 394.000 nel 1904 e a 2,5 milioni nell’anno
successivo. In quell’anno il Re Vittorio Emanuele, che fin da quando era
principe ereditario si era espresso aspramente contro quelle macchine
“pericolose ed abominevoli”, venne salvato dal principe Colonna da un
fastidioso guasto di un treno, alle porte di Roma, con una FIAT: aveva così
provato, per la prima volta, un’autovettura, e ne era rimasto così
soddisfatto da concedere allo stabilimento il titolo di “Fornitore della Real
Casa”.
Intanto,
con la connivenza dell’unico suo complice nel Consiglio di amministrazione,
Luigi Damevino, Agnelli fa passare la proposta di ridurre ad un ottavo il
valore nominale delle azioni, con il risultato di invogliare un gran numero
di acquirenti; il valore reale, anziché ridursi, raddoppio: e una parte
notevole finì nelle mani dei due compari.
Successivamente, con un gioco complesso in cui
entrano due istituti bancari – tra cui la Banca Commerciale – vengono dapprima
annunciati dividendi favolosi, poi pagati indebitandosi con le banche (quindi
senza alcun fondamento reale), mentre un cambiamento di ragione sociale e
l’emissione di nuove azioni porta ad un effettivo “esproprio” di cinque dei
vecchi fondatori, i quali rimangono con sole 2.000 azioni ciascuno. Agnelli,
Damevino e Scarfiotti (che si è unito ai due compari), sono invece
entrati in proprietà di 37.000 azioni. Tra le attività della
società sono comparse (e non spariranno mai) forniture militari di vario
genere, tra cui 8 sottomarini commissionati dal governo italiano (ma
commissionati anche dal governo tedesco, e persino quando ormai la prima guerra
mondiale era già iniziata e vedeva Italia e Germania schierate su
opposti fronti, dando prova del famoso “patriottismo” degli industriali, i
quali le parole “Patria” e “Stato” le ricordano solo quando devono battere a
cassa per mungere denaro della collettività! n.d.r.). Il 7
luglio 1907, il primo crollo della borsa in Italia trascina nella polvere per
qualche tempo i titoli FIAT; ma il terremoto serve ad un’uteriore
concentrazione nelle mani dei tre avventurieri.
Il
giornale giolittiano La Stampa, che diventerà solo
successivamente di proprietà degli Agnelli (anche se si farebbe meglio a
chiamarli “Lupi” o meglio ancora “avvoltoi”! n.d.r.), comincia
a denunciare la truffa ai danni della vecchia maggioranza del Consiglio di
Amministrazione; il 23 giugno 1908, la Questura denuncia Giovanni Agnelli per
“illecita coalizione, aggiotaggio in borsa e alterazione di bilanci sociali”
(un Berlusconi ante litteram! n.d.r.). Sono coinvolti anche il solito
Damevino e il presidente Scarfiotti.
I
capi d’accusa risultano particolarmente gravi e circostanziati: la procura assicurava “non
esservi ragionevole dubbio” che la crisi finanziaria della FIAT dovesse
“attribuirsi ai loschi intrighi dei suoi amministratori”. I tre si sarebebro
arricchiti ed avrebbero assunto il controllo della società, in danno
degli altri azionisti, attraverso queste manovre:
1) spargendo “false notizie di colossali
commesse ricevute dall’America, poi rivelatesi inesistenti”;
2) rassicurando gli azionisti sulle
condizioni della società, pagando dividendi esagerati grazie ad un mutuo
passivo di parecchi milioni;
3) accreditando con “bilanci fittizi” una
propsperità della FIAT che, in quel momento, non esisteva.
Lo
scandalo fu enorme, ma non vi fu arresto per nessuno. Si dimise, intanto, l’intero vertice,
mentre proprio Agnelli veniva incaricato temporaneamente dell’ordinaria
amministrazione per la continuità dell’azienda. In suo favore
interveniva il ministro di Grazia e Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, il
quale esercitava una spudorata pressione sulla procura, ricordando che
l’indagine processuale avrebbe potuto “influire in modo sinistro sulla sorte di
industrie locali, che sono pure notevoli elementi dell’industria nazionale”. Un
imponente collegio difensivo faceva protrarre l’inchiesta per anni, finchè
l’opinione pubblica, distratta dalla imminenza della guerra ed esaltata dalla
vittoria in Libia (attribuita da tutta la stampa agli autocarri 15 bis forniti
dalla FIAT), non si accorgeva neppure dell’assoluzione con formula piena di
Giovanni Agnelli e dei suoi compari. L’unico a pagare era stato il presidente
Scarfiotti.
Alla
fine della guerra,
nel corso della quale la FIAT ha prodotto automezzi ed armi, navi da trasporto
e da guerra, ha inviato i suoi emissaria
Mosca e a Vienna (uno di essi, Adolf Egger, era per ragioni
inesplicabili presente nel corteo dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria
a Sarajevo, al momento dell’attentato) e ha costituito varie società
- con sedi in diversi paesi – per l’importazione
di carbone, ecc., Agnelli riesce ad eliminare i concorrenti e a diventare,
da solo, proprietario del 55% del capitale azionario.
§ IIª
parte:
La
FIAT in camicia nera.
Alla
vigilia della “marcia su Roma”, i giornali controllati da Agnelli (che sono ormai molti)
si schierano apertamente per Mussolini. E la FIAT, per vent’anni,
“indosserà la camicia nera”. Se la toglierà solo il 25 luglio del
1943. Ma la sua ascesa, da modesta impresa locale a grande gruppo mondiale,
è stata tutta determinata dal rapporto con il fascismo e le sue imprese
di guerra. Seguimone le tappe.
Il
28 ottobre, Agnelli è tra i primi ad inviare un telegramma di
felicitazioni a Mussolini
e, presto, gli chiede ingenuamente di smobilitare le squadracce e di “mettere
un freno ai ras di provincia” (cioè al “quadrumviro” De Vecchi, rozzo e
ignorante), temendo siano controproducenti. Subito dopo, tuttavia, riconosce ai
sindacati fascisti, che non avrebbero i requisiti di legge, il diritto di
partecipare alle elezioni della commissione interna. A chi dei suoi amici
liberali lo critica per questo gesto, Agnelli risponde che i sindacati fascisti
avevano il merito di evitare la contrapposizione “muro contro muro” e di
dissociarsi dalla Fiom, che era rimasta legata ai “vecchi metodi di lotta”,
cioè allo sciopero. E siccome De Vecchi, viceversa, considera suoi
nemici nel partito i sindacati fascisti, che puntano sulla demagogia e non solo
sui manganelli, Agnelli lo scavalca, invitando Mussolini a Torino per
l’inaugurazione dello stabilimento del Lingotto. Mussolini accetta, pur
evitando lo scontro diretto con De Vecchi (che, anche in ambiente fascista, era
soprannominato, per l’aspetto fisico e la scarsa intelligenza, “un cazzo con i
baffi”, ma continuava a controllare le squadracce piemontesi).
Poiché
Cesare Maria De Vecchi continuava a pregiudicare i rapporti con la FIAT, che
definiva la “plutocrazia industriale”, Mussolini, per allontanarlo da Torino,
lo chiama a Roma, con la promessa di un alto incarico e l’offerta del titolo
nobiliare di conte di Val Cismon; lo spedirà poi come governatore in
Somalia, dove De Vecchi farà stragi, ma si arricchirà
rapidamente.
Ad
Agnelli, invece, Mussolini fa arrivare prima della visita al Lingotto prevista
per l’autunno, la nomina a senatore del regno, che viene fatta da re “su
proposta del capo del governo”. E prepara la sua “marcia su Torino”, come la
chiamerà Piero Gobetti. Per prevenire contestazioni, anche Giovanni
Agnelli prende le sue misure: convoca le commissioni interne per informarle, e
ai mugugni risponde che “ci sono tre modi per riceverlo: applaudire, tacere o
sabotare. Vi lascio scegliere tra i primi due. Il terzo modo lo
stroncherò con ogni mezzo”. La maggior parte degli invitati –
selezionatissimi – al ricevimento, sceglieranno il secondo modo e gli operai
rimasti al lavoro saranno dissuasi dal manifestarsi, vista la massiccia
presenza di squadristi e di milizia.
Agnelli
si compiaceva allora di far circolare la voce che fosse fascista a Roma e
antifascista a Torino (bella cosa!), ma chiudeva il suo discorso con un “Viva
Mussolini!”. Comincia a dire che è “mussoliniano”, ma non fascista…
Intanto, ottiene dal “capo”, con cui stabilisce un rapporto diretto, oltre
all’abolizione della nominatività dei titoli azionari, anche
l’accantonamento dei provvedimenti di confisca dei sovraprofitti di guerra per
gli industriali (che erano stati parte del programma demagogico del primo
fascismo), la riduzione delle imposte di ricchezza mobile sulle società
anonime e i loro amministratori e, soprattutto, lo scioglimento prima delle
commissioni interne e poi dei sindacati, per dare vita al nuovo ordinamento
corporativo.
Inoltre,
con la complicità di ministri come Aldo Finzi (ebreo e fascista) e del
quadrumviro Italo Balbo, il neosenatore Agnelli si impossessa di altri
quotidiani sottratti all’opposizione, tra cui il Resto del Carlino. Al
momento della crisi per l’assassinio di Giacomo Matteotti, il cui corpo
risultò essere stato trasportato con un’auto di quel quotidiano
bolognese, Agnelli tace a lungo, con grande stupore dei suoi vecchia mici
liberali. Quando si arriverà al voto, Agnelli lo darà a
Mussolini, che non dimenticherà.
§ IIIª
parte:
L’attacco
internazionale alla FIAT.
Agnelli
ha, nel frattempo, acquistato la Juventus, per assicurarsi le simpatie popolari
con la vecchia ricetta degli imperatori romani: panem et circenses.
Introdurrà per primo le paghe favolose ai calciatori e inventerà
gli “oriundi”, per aggirare le disposizione governative contro l’utilizzazione
di giocatori stranieri. Ma soprattutto, consolida la struttura familiare di
controllo dell’impero finanziario, che cresce a dismisura.
Nel
1929, ha già consistenti interessi nei Balcanie in Estremo Oriente, ma
si trova subito in difficoltà. Riesce a resistere in Italia, ma perde
colpi all’estero. La FORD che pure retribuisce i suoi operai quattro volte di
più di quelli FIAT, riesce a vendere le sue vetture ad un prezzo quattro
volte inferiore. La Francia, che era la migliore cliente della FIAT, alza i
dazi doganali di entrata dal 25% al 60%. Il mercato esterno è
praticamente perduto; il fatturato, tra il 1929 e il 1931, si riduce della
metà.
Ma
c’è un pericolo maggiore: la FORD tenta di sfondare sul mercato
italiano, dopo essersi assicurata la collaborazione di una potente lobby
di industriali e finanzieri milanesi e di un gruppo di gerarchi, tra cui Emilio
De Bono (vecchio amico del De Vecchi) e Costanzo Ciano, il cui figlio Galeazzo
aveva sposato Edda Mussolini e al quale era stato promesso che uno dei due
stabilimenti Ford in Italia sarebbe stato costruito a Livorno, sua città
natale. Partecipavano all’operazione anche il ministro Bottai e il presidente
dell’Automobil Club Silvio Crespi. Questa lobby era tutt’altro che
disinteressata, ma avanzava un argomento ragionevole: la concorrenza americana
sarebbe stata utile, stimolandola, alla stessa FIAT, le cui difficoltà
dipendevano da una generale carenza tecnica, da un’insufficiente programmazione
e dalla mancanza di modelli utilitari. Il governo, poi, doveva temere
ritorsioni internazionali a una troppo aperta politica protezionistica in favore
della casa torinese.
Agnelli,
affiancato ormai dal fedellissimo “professore” Vittorio Valletta, punta subito
sullo spirito nazionalista di Mussolini, insofferente all’invadenza di
prodotti stranieri, vista come una mortificazione dell’orgoglio nazionale. E
Mussolini avoca a sé ogni decisione in materia, bloccando i piani della
Ford, “che non può pretendere di rifarsi in Europa delle perdite che
subisce a casa sua”. Anzi chiude d’autorità – per questioni “d’ordine
nazionale” – gli impianti che il gruppo americano aveva già nel porto
franco di Trieste. Gli azionisti FIAT salutano con gioia questa decisione, che
blocca anche un altro tentativo della General Motors di installarsi in Italia,
“considerandola alla stregua di una colonia”; e, il 6 marzo 1930, votano all’unanimità
la proposta di ricordare la decisione del “duce” con un’epigrafe a caratteri
d’oro, collocata nell’atrio principale del Lingotto.
I
gerarchi fascisti, ormai legati agli interessi stranieri, non demordono:
Costanzo Ciano scrive a Mussolini, segnalando che la FIAT, nonostante gli
interventi in suo favore, aveva ridotto ulteriormente l’orario di lavoro
(ovviamente con riduzione del salario) e aveva sospeso la produzione in vari
reparti del lingotto. Invano. Quando la FIAT si rivolge a Mussolini avvertendo
che, in mancanza di nuovi e ancora più energici provvedimenti contro la
concorrenza estera, avrebbe dovuto adottare altre “gravi e dolorose decisioni”
sul piano dell’occupazione, ottiene subito che i dazi doganali sulle
autovetture estere vengono aumentati del 130% ed estesi anche alle parti
staccate. Di fatto teme che la Ford ritorni all’attacco, attraverso un accordo
di joint venture firmato con l’Isotta Fraschini per la produzione di
un’autovettura utilitaria con maestranze italiane. La Ford ha sempre dietro di
se Ciano, che scrive al “Duce” che anche “gli operai che lavorano nelle
fabbriche milanesi o in altre parti d’Italia hanno diritto alla medesima
protezione di quelli che lavorano in Fiat”. Inolte, segnala che nel capitale
azionario sarebbero stati maggioritari due italiani: il conte Gian Riccardo
Cella e Ludovico Mazzotti Biancinelli, ex dirigente dell’Ilva.
Ma
Agnelli pone un tassativo “o con noi o contro di noi”, mentre qualcuno informa
Mussolini che “dietro gli industriali milanesi si nascondono alcuni gerarchi
del partito”. Dopo una vigorosa strigliata ai gerarchi lobbysti, il “duce”
blocca la costituzione della joint venture, diffida attraverso Bottai la
casa di Detroit dal continuare i suoi tentativi e, soprattutto, emana due
decreti: il primo, riserva al governo di deciderequali industrie sono
fondamentali “per la fabbricazione di prodotti essenziali per la difesa della
nazione”; il secondo, riconosce tra questi l’industria dei trasporti terrestri.
La FIAT ha vinto.
E la
FIAT ricambia, sfornando finalmente, con il nome di “Balilla”, l’utilitaria
voluta dal “duce” e i treni popolari, che vengono battezzati “littorine” in
onore del fascio littorio. Nel 1932, una nuova visita di Mussolini al Lingotto
si rivela ben diversa dalla prima. Gli operai hanno dovuto sospendere il lavoro
in tutti gli stabilimenti e recarsi inquadrati e preceduti da fanfare alla
manifestazione. Il figlio di Giovanni Agnelli (e padre di Gianni) sta sul palco
in divisa fascista. Mussolini concede l’avallo a un grosso prestito per
forniture militari alla Turchia, alla Grrecia e all’Argentina; poi fa sapere,
però, che è ormai opportuno che il senatore prenda la tessera del
partito. E questi lo farà, forse con scarso entusiasmo, ma anche senza
esitazione.
Elena
Croce, la figlia del filosofo, osserverà a questo proposito:
Agnelli affettava con umiltà un’ssoluta innocenza nelle cose della cultura e della politica, ma non ci voleva molto ad accorgersi che la prima era fatta di disprezzo, e la seconda di calcolo e paura.
Agnelli
e Valletta hanno ormai tutte le porte aperte a Roma: riescono a bloccare un
progetto di monopolio delle ferrovie statali nel trasporto pubblico e un altro
di una speciale tassazione degli automezzi pesanti, che viene fatto cadere in
concomitanza con l’uscita di un nuovo modello di autocarro. L’Alfa Romeo viene
inspiegabilmente sostituita dalla Fiat in alcune grosse forniture ai cantieri
navali di Monfalcone. “Nella mutata economia politico-sociale del paese guidata
da S.E. il Capo del Governo – dichiara Agnelli – anche l’industria trova una
nuova comprensione dei suoi fini nazionali e sociali”.
E
intanto ottiene anche: l’esenzione della Balilla dalle tasse di circolazione;
la revoca delle misure restrittive dei servizi automobilistici rispetto alle
ferrovie; l’estensione della speciale protezione doganale prevista per le auto
a tutte le costruzioni meccaniche sussidiarie. Sempre nel supremo interesse
nazionale…
Nel
1935, tuttavia, la Fiat corre un brutto rischio: mentre estende sempre
più il proprio impero, conosce alcune difficoltà produttive, che
spingono il ministro della Guerra a ricorrere all’odiata rivale Ford per
l’acquisto di 3.000 autocarri, necessari all’invasione dell’Etiopia. Solo con
qualche ritardo la Fiat riuscirà, poi, a fornirne altri 5.000, ottenendo
in cambio un’attenzione privilegiata nella fornitura di materie prime e lauti
risarcimenti per la perdita di mercati esteri a seguito delle sanzioni decise
contro l’Italia, dopo l’impresa di Etiopia, e della conseguente politica
autarchica (in nome della quale aveva, peraltro ottenuto vaste concessioni di
zone alpine per la ricerca di minerali “nazionali”). Sempre con il contributo
statale, la Fiat costruisce in Veneto stabilimenti per la produzione di vetro
in lastre, cementifici, fabbriche per la produzione di materieplastiche
derivate dal catrame, e acquista perfino risaie, nel vercellese e in
Emilia-Romagna.
Alla
vigilia della guerra, gli operai sono ormai 50.000, il fatturato è
passato dai 750 milioni del 1935 agli oltre 2 miliardi del 1937.
§ IVª
parte:
Doppio
e triplo gioco durante la guerra.
Alla
vigilia della guerra, Mussolini fa la sua terza visita alla FIAT, il 15 maggio
1939. Lo stato maggiore aziendale è schierato in camicia nera, gli
operai sono stati condotti a forza nel piazzale dello stabilimento non ancora
completato di Mirafiori (inizialmente visto con diffidenza dal governo
fascista, che temeva le concentrazioni operaie troppo numerose).
Mussolini
arriva su un’Alfa Romeo, allora concorrente della FIAT, e questo non piace ai
dirigenti né agli operai, che hanno però altre ragioni di
dissenso. I 50.000 operai non rispondono con ovazioni alle consuete tirate
oratorie del “duce”, il quale si irrita sempre più. Chiede se ricordano
un suo precedente discorso, ma la piazza rimane muta, e Mussolini sbotta,
paonazzo d’ira: “Se non lo avete letto, andate a leggerlo, se non lo ricordate,
andate a rileggerlo” e volta le spalle, sibilando “questi piemontesi, tutti dei
porci”.
Non
c’entrava il Piemonte, evidentemente, ma la rinascita di un’opposizione di
classe. Lo aveva ammesso poco tempo prima un rapporto riservato del Prefetto di
Torino, che affermava:
la grande maggioranza delle maestranze metallurgiche della Fiat, nonostante la sua appartenenza formale al partito fascista, è rimasta quello che era, socialista e comunista per convinzione.
E
il federale fascista Gazzotti aveva segnalato anch’esso con amarezza:
questa Fiat resta, nella sua manodopera, socialista e comunista, Non c’è quella partecipazione che ci si potrebbe attendere da una folla di miserabili disoccupati che da tutte le regioni d’Italia sale a Torino per fare della Fiat la più alta concentrazione operaia di tutto il Paese.
Agnelli,
intanto, si preparava alla guerra che, però, sperava lasciasse fuori
l’Italia: infatti, fino ad un giorno prima delle due aggressioni, aveva
continuato a fornire autocarri alla Francia e alla Grecia… E durante la guerra
mantiene buoni rapporti con l’occupante tedesco, un po’ meno buoni con la
Repubblica sociale italiana, la Repubblichina di
Salò, che lo vorrebbe
come ministro e non conta nulla. Mantiene buoni rapporti attraverso vari
dirigenti con gli antifascisti moderati, ma anche con i comunisti, che ai primi
di marzo del 1943 hanno scatenato il grande sciopero generale contro la guerra.
Difende i suoi operai dalla deportazione in Germania (che colpisce comunque una
parte dei “facinorosi”), ma convincendo i nazisti che sono essenziali per la
produzione e che, spostando i macchinari e gli uomini, si perderebbero mesi
preziosi. Per fermare gli scioperi, di cui conosce bene il movente politico ma
anche il legame con le rivendicazioni economiche, concede forti aumenti,
indennità, premi. I nazisti capiscono, i fascisti protestano, ma vengono
tacitati con una visita di Valletta a Salò, dove questi dichiara di
essere riconoscente per la legge sulla socializzazione e di essere pronto ad
applicarla. Il 6 marzo 1945 si svolgono le elezioni per approvare o respingere
il progetto: parteciperanno solo alcuni fascistoni, pari allo 0,6% dei
lavoratori. Mussolini è furioso e minaccia ritorsioni, ma non fa in
tempo, perché deve cominciare a preparare lo sgombero del Garda, per
arroccarsi nel “ridotto della Valtellina”, da cui far ripartire la
controffensiva. In realtà, si prepara la fuga, che finirà a
Dongo.
I comunisti
salvano le fabbriche, che sono state minate dai nazisti, e se ne impossessano.
Le restituiranno, poi, in nome dell’unità nazionale, ad Agnelli,
Valletta sarà assolto dall’accusa di collaborazionismo, adducendo come
meriti i contatti avuti con esponenti alleati, nonché la sua
capacità di ottenere dagli ufficiali tedeschi la salvezza degli
stabilimenti. In realtà, ad ogni minaccia di smantellarli, si rispondeva
garantendo l’aumento della produzione, facendosela, peraltro, pagare subito,
probabilmente con i beni rastrellati in tutta l’Europa. Il giovani Gianni
Agnelli, che si era fatto mandare in Russia (dove stava comodamente installato
in una casa ben riscaldata e fornita di ogni ben di Dio, assai lontano dal
fronte) e poi in Africa 8ugualmente senza l’ombra di un pericolo), si
presenterà con un curriculum di “partigiano”. In realtà, aveva
tentato di raggiungere una sua tenuta vicino ad Arezzo su un’auto guidata da un
maresciallo tedesco a cui era stata offerta una macchina per i suoi servigi, ma
aveva avuto un’incidente d’auto ed era stato ricoverato a Firenze, dove
aspettò gli alleati presso i quali si arruolò come ufficiale di
collegamento.
Gli
unici a pagare sono stati gli operai, che avevano salvato le fabbriche. Agnelli e Valletta aspettarono poco tempo,
per avere l’appoggio dei governi centristi a un nuovo rilancio industriale e
per trovare il momento buono per licenziare tutti i più combattivi. Per
qualche tempo, si tratterà solo di spostamenti nei “reparti confino”;
ma, una volta reciso il legame tra le avanguardie e la massa, disorientata per
la perdita rapida di tutte le conquistefatte, sarà la cacciata
definitiva dalla Fiat. Ma questa è un’altra storia…